Pubblicità rima con banalità

pubblicità domenica pate“Se la crisi ti ha lasciato in mutande…” recita l’enorme cartellone pubblicitario sotto casa, e però invece del tipo in mutandoni e occhialoni da vista che ti aspetteresti, dall’aria un po’ nerd, ecco una donnina in tanga, ammiccante e sensuale, confortevolmente sdraiata su un morbido tappeto.

Strano destino quello della nostra pubblicità, dove persino la battuta leggera e la ricerca della simpatia dell’aspirante compratore di arredamenti si trasforma inevitabilmente in riferimento sessuale, con un corpo femminile “buttato lì” senza nè ragione nè coerenza.

Usciremo mai dal luogo comune? Dalla banalità e dall’abitudine?

Per una volta, pubblicitari, provate a sorprendermi.

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Libertà di scegliere

Partiamo sempre dalla TV. Questa volta il pensiero sciolto viene innescato da The Good Wife, legal drama dei coniugi King con Julianna Margulies come protagonista ed una sfilza di super guest star che neanche la notte degli Oscar (o quasi). Il telefilm parla di avvocati, è ambientato in uno studio legale di Chicago, ed è famoso per l’abilità con cui sono raccontate le tante figure femminili che ne fanno parte, a partire dalla protagonista Alicia. Tra queste ha fatto la sua comparsa in questa stagione la giovane e bella Caitlin, fresca di scuola di legge nonché nipote di uno degli avvocati più importanti dello studio. Eh lo so, il nonnismo c’è anche in America. K. Ha il volto e il fisico della tipica bionda svampita dei telefilm americani, eppure è intelligente, brillante e brava come avvocato. Sembra anche molto ambiziosa, una caratteristica di famiglia che ad un certo punto mette Alicia sull’attenti, perché fidarsi è bene, ma non fidarsi…

E però… la bella ambiziosa Caitlin ad un certo punto sorprende tutti, spettatori compresi, dando le dimissioni. Motivo: è incinta, ed ha deciso di coronare il suo sogno, diventare madre e sposare l’uomo che ama. Per questo decide di lasciare il lavoro. “Non devi dimetterti per forza” insiste una dei capi dello studio legale. “Lo studio offre ottime condizioni per chi va in maternità.” Ma lei è convinta. L’esercizio della legge le piace, ma non è quello che più desidera nella vita.

Prospettiva retrograda? No, penso di no. Sono sempre più convinta che “femminismo” coincida con “libertà” ed “eguaglianza”: libertà di decidere qual è il nostro sogno, libertà di realizzarlo, eguaglianza nel non essere discriminate perché siamo donne. Una donna deve poter fare quello che vuole: rimanere a casa a fare la mamma e/o la casalinga e/o l’artista introspettiva se lo desidera, oppure diventare moglie e madre e continuare a lavorare. Che il suo lavoro sia l’avvocato, la cassiera di un supermercato, l’operatrice di call center o l’archeologa. Il problema è che il precariato non tutela nessuno, figuriamoci le future mamme. E purtroppo nemmeno il lavoro a tempo indeterminato ci tutela, se l’aspirante datore di lavoro per un posto di segretaria si è sentito di chiedermi se ero fidanzata “perché non è che poi tu ti sposi e rimani incinta, che poi mi lasci nei guai”, come se decidere di avere un bambino equivalesse a dare le dimissioni. Qualche donna sceglierà di darle, altre invece sceglieranno di no. Ecco, scegliere è il verbo chiave. Mi piacerebbe che ci fosse data possibilità di scegliere, come a Caitlin.

È chiedere troppo?

“Non posso rubarla! È una persona, non una capra!”

Pochi giorni fa guardavo il nuovo episodio di Game of Thrones, l’acclamatissima serie tv della HBO tratta dall’altrettanto famosa saga fantasy/medievale di George R. R. Martin. In una scena Samwell Tarly si confronta con Jon Snow, uno dei tanti eroi della nostra storia. Per fare un (molto arbitrario) confronto letterario Sam sta a Jon come Samvise Gamgee stava a Frodo Baggins nella Terra di Mezzo, un modesto ragazzotto che si rivela molto in gamba di quel che ci si aspetterebbe. È lui a pronunciare la battuta che dà il titolo a questo post. Il riferimento è ad una ragazza incinta che chiede a Sam e Jon di portarla con loro, in una pericolosa marcia nell’ignoto e nell’ostile, ma in salvo dal padre/padrone/stupratore, presso la cui casa i cavalieri del Nightwatch con Sam e Jon hanno trovato ospitalità per la notte. Troppo complicato spiegare il come e il perché, basti solo dire che in queste poche scene il dovere nei confronti dell’ospite si contrappone all’indignazione per il modo in cui detto ospite si comporta con le proprio figlie – e dio solo sa cosa accade ai figli maschi! Lo scopriremo nel prossimo episodio.

“Non possiamo portarla con noi” dice Jon. “La nostra missione è troppo importante e bla bla bla. E soprattutto vuoi ringraziare così il nostro ospite, che sarà pure un maniaco ma è il nostro unico alleato, rubandogli la figlia?”

“Ma non posso rubarla!” esclama Sam, “è una persona, mica una capra”.

Vado a memoria, ma il succo è quello. È una persona, mica una capra. E nel dir questo Sam il ciccione si rivela molto più avanti di principi e re, politici e consiglieri, che in questo mondo come nel nostro, trattano le donne come capre, merce di baratto e scambio di favori o semplicemente come oggetto di desiderio (mettendola delicatamente, l’inglese f*cking material mi sembra espressione più adatta).

Mi piacerebbe che nel mondo e in Italia più uomini la pensassero come Sam. Una donna è una persona. Non la si possiede, non la si ruba. E se dice no è no.

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Video

Se la notizia di ieri è una qualche indicazione, le cose forse iniziano a cambiare anche in Italia. Personalmente credo che riconoscere il diritto al matrimonio agli uomini e le donne omosessuali di questo paese sia una questione di cilviltà, di buon senso e di rispetto della nostra Costituzione, che sancisce la parità dei suoi cittadini “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (Art. 3). Forse è ora di aggiungere “senza distinzione di orientamento sessuale”. Perchè, in fondo, non è questa una discriminazione? Identificare una categoria di persone e riconoscergli minori diritti. Cittadini di serie B.

Sono ottimista, è questione di tempo.

Il primo post di questo blog, nasce dal fatto che, per puro caso e senza essere ancora a conoscenza del verdetto della Cassazione, ieri sera mi sono finalmente concessa il tempo di vedere 8: A Play about the Fight for Marriage Equality, un racconto romanzato della vicenda che ha portato ad un’importante vittoria dell’American Federation for Equal Rights (AFER), la bocciatura del referendum che dal 2008 in California vietava di fatto i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Motivo: il Proposition 8, questo il nome del referendum, è incostituzionale. L’evento ha avuto molta enfasi, al di là e al di qua dell’Atlantico, ma nessun video del processo era stato messo a disposizione del pubblico, visto che i difensori del Prop. 8 avevano ottenuto che nessuna telecamera filmasse ciò che accadeva in aula. 8: A Play about the Fight for Marriage Equality prova a raccontare questa battaglia legale, utilizzando stralci del processo, delle udienze preliminari, testimonianze dei protagonisti della vicenda. Lo spettacolo si è tenuto il 3 marzo scorso, in diretta streaming su YouTube. E’ preceduto da frammenti di telegiornali e trasmissioni politiche che ricostruiscono “giornalisticamente” tutta la vicenda. Nel cast in scena sul palco attori del calibro di George Clooney, Brad Pitt, ma anche star della TV come Matt Bomer, Jane Lynch, Chris Colfer.

La storia, appassionante come il migliore dei legal thriller, porta a riflettere. Le motivazioni del Prop. 8 non erano che frutto di pregiudizi e i pregiudizi messi alle strette dalla logica tendono a cadere. Al di là delle opinioni personali, delle convinzioni religiose e politiche, davanti alle testimonianze delle persone a cui viene detto “no, non puoi sposare la persona che ami” viene da chiedersi se davvero rientra nella sovranità di uno Stato negare ad gruppo di suoi cittadini un diritto così importante come quello del matrimonio.

Lo spettacolo, sottotitolato in italiano, inizia al minuto 17.58.

“Be who you are, love who you love and marry who you wish to marry”